Di raso e di pizzo

Si narra che Dio faccia dono di un talento ad ogni essere umano. Si narra anche che ai più, non basti l’intera vita per scoprire quello nascosto in sé.

Anita capì fin dalla più tenera età qual’era il suo. Prima di lei lo capirono il padre e la madre. Lei aveva ricevuto il talento dei talenti, quello che ogni uomo e ogni donna vorrebbe per sé.

Fin dalla nascita lei si era distinta dagli altri neonati, tutti grinzosi, alcuni paonazzi, altri con la testa a pera e i capelli neri e ispidi. Era nata con una bella testa tonda ricoperta da una peluria chiara, il viso liscio e morbido, il colorito roseo. Una bellezza. Nella nursery i parenti degli altri bebè, prima di andarsene, si soffermavano davanti alla sua culla e mormoravano: “Incantevole”, “Quant’è graziosa”, “Pochi bambini sono tanto belli appena nati”, “E’ un vero splendore” e molto, molto altro ancora.

Il primo dentino era apparso come il luccichio di una perla che si mostrava ad ogni sorriso. Per il terzo compleanno le fu concesso di abbandonare il seggiolone e mettersi sulla sedia a capotavola. Al centro del tavolo era stata posta un’alzata in vetro di Murano con la torta a due piani ricoperta da una glassa rosa tenue punteggiata da gruppi di fiorellini fucsia e celesti. Un nastro in glassa azzurra avvolgeva il bordo del piano più alto al cui centro era stato posato un uccellino di cioccolato chiaro con le ali dorate. Sul piano basso avevano trovato posto le candeline.

Il primo giorno di scuola Anita indossò, come tutti gli altri bambini, la divisa dell’istituto. Un grembiule in tartan verde e lilla. Quando aveva fatto il suo ingresso, le mamme e gli altri bimbi si erano spostati per cedere il passo a lei e alla madre. Sguardi di ammirazione l’avevano inseguita. Qualcuno aveva sussurrato: “Che portamento! Sembra indossare un capo unico fatto su misura per lei.” La maestra l’aveva fatta sedere nel primo banco, proprio di fronte a sé. Guardarla era una gioia per gli occhi.

Diventò un’adolescente di successo. I maschi le ronzavano intorno come mosche al miele. Benché i suoi sguardi fossero carichi di promesse non si concesse mai ad alcuno. Aveva consacrato la sua vita alla bellezza. Trovava i corpi dei maschi rozzi, grossi, troppo pelosi e muscolosi. Durante la copula avrebbero sudato e a lei si sarebbero sgualciti i capelli. Il trucco sfatto le sarebbe colato sul viso trasformandolo in una maschera. “Che orrore” pensava.

Per il ballo delle debuttanti il suo carnet era al completo. Aveva indossato un lungo abito in raso e pizzo colore dell’ambra. La fusciacca, impreziosita da ricami dorati e perline multicolore, era annodata sulla schiena nel punto in cui la scollatura incrociava la vita sottile. I capelli raccolti in uno chignon alto davano risalto al lungo collo elegante. Aveva calamitato gli sguardi di tutti. Quelli degli uomini pieni di desidero, quelli delle donne d’invidia.

Passarono gli anni e il tempo iniziò a lasciare i suoi segni anche su di lei. Anita, per contrastarli, dedicava ancora più cura alla sua bellezza. Quando usciva in società, dopo ore estenuanti al trucco, l’ammirazione e gli sguardi che ancora suscitava, la compensavano della fatica. La bellezza richiede sacrificio, è risaputo.

Passarono altri anni, passò altro tempo, un giorno i medici le diagnosticarono una malattia incurabile. Quando fu chiaro che la malattia stava prendendo il sopravvento e poco le sarebbe rimasto da vivere, Anita si rivolse a Amélie, la più nota tanatoesteta della città. Le disse quali erano i suoi desiderata per la tanatoprassi. Lasciò al nipote Francesco le altre disposizioni. Se ne andò di maggio, rosa tra le rose.

La camera ardente fu allestita nel salone della sua villa. Quando tutto fu pronto, vennero aperte le porte al pubblico. La prima ad entrare fu la sorella, Federica, madre di Francesco. I suoi occhi si posarono sui piedi, proseguirono lungo le gambe e il corpo fasciato in un tubino avorio e infine raggiunsero il volto di Anita: “Bellissima da morta come da viva” pensò. Si guardò intorno, abbracciò con lo sguardo l’intera stanza: né fiori né candele. Ovunque, disseminati sui mobili del salone, sui tappeti, ai piedi del feretro, le decine e decine di album colmi delle fotografie che i genitori le avevano fatto fin dalla nascita, e che lei, da adulta, aveva continuato a collezionare.

Vi si poteva ammirare la bellezza della sua vita.

La notizia della sua scomparsa dilagò rapidamente. In molti vennero a renderle l’ultimo omaggio quel giorno e anche i successivi. Tutti furono partecipi di quel trionfo della vanità il cui spirito aleggiava sulla morte.

Testo di Marziana Monfardini
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Fotografia: Carusel – Christer Vikund