IL MONDO NUOVO
Aldous Huxley
Titolo originale “Brave New World” Editore Chatto & Windus, Londra 1932.
Il mondo nuovo, collana Medusa n.18, traduzione di Lorenzo Gigli, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1933.
Con “1984” di George Orwell è considerato dalla critica una delle due più importanti distopie del 900, a cui mi permetto di aggiungere “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood.
È ambientato nell’anno di Ford 632 che corrisponde al 2540 d.c. La nuova società è basata sui principi della produzione in serie, applicati inizialmente nelle industrie automobilistiche di Ford, alla produzione del “Modello T”, perciò Ford è il Dio di questa nuova società e gli anni si contano a partire dal suo avvento.
Nello “Stato Mondiale”, gli esseri umani non nascono più da genitori, ma sono coltivati in laboratorio dove vengono geneticamente modificati e programmati per appartenere a una precisa casta sociale. Gli Alfa sono intelligenti e destinati alla dirigenza e al comando; gli Epsilon, semi idioti, sono destinati ai lavori più umili e di basso profilo. Fin dall’infanzia subiscono un condizionamento che li porta ad amare il loro ruolo e il loro stato, a non desiderare nulla di diverso.
La società, organizzata in caste, ha come pilastri fondativi l’eliminazione del dolore, del conflitto e dell’individualità. La stabilità è il valore supremo.
Per mantenerla si incoraggia il consumo sfrenato, si promuove il piacere immediato e superficiale, si incentiva l’uso del soma, una droga che elimina tristezza e disagio.
Attraverso alcuni personaggi chiave quali Bernard Marx, Lenina Crowne, e John, detto “il Selvaggio”, cresciuto fuori dalla società tecnologica, in una delle riserve, esperimenti di studio, dove esistono ancora famiglia, religione e sofferenza, Huxley mostra il contrasto tra una felicità artificiale, ottenuta attraverso il controllo e il piacere, e il desiderio di libertà, conoscenza e autenticità.
Per condurre un particolare esperimento, John viene portato nel mondo “civilizzato”, dove fa esplodere il conflitto. I suoi valori contemplano l’amore, ma anche il dolore, la libertà di scelta; mentre lo ‘Stato mondiale’ considera tali elementi pericolosi in quanto destabilizzanti.
Il romanzo nasce in un momento storico segnato da profonde trasformazioni sociali e scientifiche, tra le due guerre mondiali, e riflette le paure, le incertezze e le speranze legate al progresso tecnologico e all’industrializzazione.
Huxley immagina una società futura apparentemente perfetta e felice, dove ogni aspetto della vita umana è controllato per garantire ordine e stabilità. Non prefigura una dittatura violenta, ma il controllo sociale attraverso la manipolazione genetica, il condizionamento psicologico, il piacere, la distrazione, il benessere artificiale.
Colpisce l’inquietante ‘normalità’ di questa società, dove la felicità è ottenuta rinunciando alla libertà e al pensiero critico. Il messaggio più potente del racconto è senza dubbio la critica a un progresso che sacrifica l’umanità in nome della stabilità.
Huxley costringe il lettore a porsi domande scomode e a interrogarsi sul costo della felicità e sul valore della libertà individuale.
Una domanda aleggia sopra tutto, ineludibile: è davvero desiderabile un mondo perfetto se per ottenerlo dobbiamo rinunciare a ciò che ci rende umani?
Quando lessi il romanzo per la prima volta, alcuni anni fa, feci ciò che faccio spesso, non leggo né critiche, né recensioni per non esserne influenzata, non sapevo neppure quando fosse stato scritto. Avevo solo colto una citazione, e il titolo del libro da cui era tratta, durante una trasmissione in Tv e ne ero rimasta colpita. Fui sbalordita quando, dopo averlo terminato, lessi l’anno di pubblicazione. Mi ero convinta che fosse un romanzo nuovo appena uscito. Un racconto di fantascienza, distopico, che spostava in avanti le lancette, per raccontarci, in realtà, ciò che accade nel presente.
Marziana Monfardini