Da tempo mi trovo qui, mi ci hanno portata dopo che sono caduta e ho rotto il femore. “Signora, deve stare per 60 giorni a letto, immobile” ha detto il medico guardando la radiografia. Non mi piace stare qui, non mi è mai piaciuto. Volevo tornare a casa, subito!
Le mie due figlie stavano in piedi accanto al letto. Le guardavo di sottecchi, spiavo la loro reazione. A casa forse non ci sarei tornata più. In principio ho combattuto per ritornarvi, col tempo mi sono arresa.
La più giovane delle due da alcune settimane viene quasi ogni giorno. Parla spesso con il medico della struttura. Qualcosa non va. Da giorni non mangio e non bevo. Ho la flebo piantata in vena, non la voglio. Mi dà noia, mi fa male. Il braccio è tutto un livido. “Ora te la togliamo” mi dice accarezzandomi il viso e il dorso della mano. “Domani mattina ritorno, bisogna mettere una piccola cannula nella coscia per idratarti. Non ti farà male, non ti darà noia, non ti procurerà alcun livido. Sarò qui con te.”
Sto per morire, ho paura. Non pensavo di arrivare tanto avanti negli anni. Una salute cagionevole la mia, dentro e fuori dall’ospedale. Altri se ne sono andati prima: mio marito, i miei fratelli, cugini e nipoti più giovani. Erano tutti più sani di me.
Sono vecchia, stanca, ho dolore in tutto il corpo. Voglio andarmene eppure rimanere; l’inquietudine mi pervade. Qualcuno mi starà aspettando o sarà il nulla? L’inevitabile difronte, dietro la vita, frammenti di ricordi, gli affetti rimasti.
Vorrei avere la fede che aveva mia madre. Non ce l’ho, non l’ho mai avuta. La solitudine mi opprime e l’attesa è carica di angoscia.
Si è fatto buio e il mio respiro è affannoso. Qualcuno mi accarezza la fronte. Le sue lacrime scorrono sulle mie guance. E’ finita, il buio pare ancora più buio mentre il respiro ora diventa convulso.
Testo e fotografia Marziana Monfardini
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